IL MITO DI PROMETEO

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Uno dei miti più conosciuti della mitologia classica, nonché uno dei più riprodotti e rappresentati nel mondo artistico e letterario è senza dubbio, il mito di Prometeo.

Analizzare questo mito non è cosa semplice in quanto, come in ogni mito, tutti gli elementi che lo rappresentano sono simboli, immagini, che celano insegnamenti molto più profondi. Nel caso del mito di Prometeo ci riferiamo ad un racconto molto antico riportato da numerosi autori del passato. Giusto per citarne alcuni:

  • Esiodo nella “Teogonia”
  • Apollodoro ne “I Miti Greci”
  • Pausania ne “Il Viaggio in Grecia”
  • Platone nel “Protagora”
  • Eschilo con la trilogia “Il Prometeo Incatenato”, “Il Prometeo Liberato”, “Prometeo Portatore del Fuoco”. Di questa trilogia è giunto fino a noi solo il testo della prima tragedia, mentre per gli altri due sono rimasti solo pochi frammenti che ne rendono impossibile l’ordine cronologico.

Ecco, quindi, che non è semplice ricostruirlo, in quanto ci sono sottili variazioni tra una versione e l’altra, ma cercheremo comunque di darne un’idea di massima andando ad evidenziare soprattutto quegli elementi applicabili al nostro vissuto quotidiano. Come nasce il mito di Prometeo? Dobbiamo andare molto a ritroso nel tempo, in un periodo molto arcaico durante il quale si combatté una guerra molto cruenta…

Heinrich Friedrich Füger, Prometeo ruba il fuoco, 1817

ANTEFATTO

Quella tra i Titani e gli dèi, la cosiddetta Titanomachia. Nonostante appartenesse alla stirpe dei titani, Prometeo si schierò a favore degli dèi, offrendo loro supporto. La guerra terminò a favore di questi ultimi, mentre i titani vennero esiliati nelle profondità del Tartaro.

Questa battaglia su larga scala dove due schieramenti si oppongono per ottenere la supremazia l’uno sull’altro, dobbiamo cercare di contestualizzarla correttamente per capirne il valore simbolico. Non dobbiamo confondere la “sete di potere” tipicamente umana, con questo scontro tra dèi. Parliamo di una battaglia universale, di uno scontro funzionale al cambiamento ed alla trasformazione dell’Universo stesso: la stirpe dei Titani, le forze primordiali, vengono sopraffatti dalla stirpe degli dèi olimpici che, così facendo, instaurano un nuovo cosmo, ovvero un nuovo ordine. Non è una guerra tra buoni e cattivi, tra vinti e vincitori, ma è un avvicendamento necessario e funzionale al processo evolutivo, e come tutti i passaggi, porta con sé trasformazioni e sofferenze. Proprio da questo scontro nasce il mito di Prometeo…

IL RACCONTO DEL MITO

Zeus per premiarlo per il suo supporto lo incaricò di un nobile compito: avrebbe dovuto distribuire le qualità a tutti gli esseri viventi affinché questi potessero proliferare. Prometeo, il cui nome significa “colui che riflette prima”, aveva un fratello di nome Epimeteo, “colui che riflette dopo” il quale, desideroso di ben figurare davanti agli occhi di tutti e voglioso di riscattare la sua nomea, gli chiese se potesse occuparsi lui della distribuzione, assicurando che comunque il fratello più “avveduto” avrebbe sovrinteso a tutto il processo. Così tranquillizzato, Prometeo diede il suo benestare.

È interessante osservare come già da questa prima parte risulti evidente che nel pensiero classico, dietro a tutto il creato vi fosse un “disegno”, vi fosse un’idea, una logica nell’assegnazione delle facoltà. E soprattutto vi era anche il concetto di Giustizia, tanto cara a Platone, secondo la quale a ciascun essere era stato donato l’elemento che più era proprio per natura. La filosofia classica, non solo quella occidentale, ma anche quella orientale, ci insegna che le cose non avvengono “per caso”, ma hanno un’origine ed una fine ben definite.

“Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni erano forniti di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza. […] Secondo questo stesso criterio distribuiva tutto il resto, con equilibrio. Escogitava mezzi di salvezza in modo tale che nessuna specie potesse estinguersi. Procurò agli esseri viventi possibilità di fuga dalle reciproche minacce e poi escogitò per loro facili espedienti contro le intemperie stagionali che provengono da Zeus. Li avvolse, infatti, di folti peli e di dure pelli, per difenderli dal freddo e dal caldo eccessivo. […] In seguito, procurò agli animali vari tipi di nutrimento, per alcuni erba, per altri frutti degli alberi, per altri radici. Alcuni fece in modo che si nutrissero di altri animali: concesse loro, però, scarsa prolificità, che diede invece in abbondanza alle loro prede, offrendo così un mezzo di sopravvivenza alla specie.”
Platone, Protagora

Epimeteo però, non si rivelò bravo fino in fondo, perché, nel distribuire a ciascun essere le facoltà che gli erano proprie, si dimenticò dell’essere umano, lasciandolo nudo ed indifeso e destinandolo ad una fine prematura.

“In quel momento giunse Prometeo per controllare la distribuzione, e vide gli altri esseri viventi forniti di tutto il necessario, mentre l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi; perciò, era preda di animali selvatici, poiché era in tutto più debole di loro.”
Platone, Protagora

Il genere umano riversava in una condizione disperata, totalmente in balia degli animali selvatici ed incapace di difendersi. Si rintanò dentro le caverne per difendersi, ma il suo destino appariva ormai segnato. Per recuperare la situazione, Prometeo, per amore dell’umanità, salì sul monte Olimpo, rubò il fuoco sacro e lo donò all’essere umano. Con questo fuoco, l’uomo poté finalmente difendersi dai predatori, costruire un riparo che lo proteggesse e lo riscaldasse e forgiare armi che lo aiutassero a procacciare il cibo.

L’immagine di questo titano che discende dall’Olimpo con una torcia infuocata o, come ci racconta il mito, mettendo una scintilla nel cavo di una ferula1, è un’allegoria molto potente. Non parliamo di un fuoco “fisico” parliamo di una scintilla che squarcia il velo dell’oscurità e dell’ignoranza per far passare la Luce della conoscenza: Prometeo dona all’essere umano la scintilla mentale.

Che cosa accadde a questo punto? Il racconto prosegue con l’uomo che iniziò a far uso di questo fuoco, migliorando drasticamente la propria condizione di vita. Abbandonò le caverne, costruì piccole case dando vita ad i primi villaggi, accese piccoli fuochi domestici che gli permisero di riscaldarsi nelle fredde notti invernali, difendendosi dagli animali e cuocendo la carne per sfamarsi…

CONCLUSIONE

Ma una sera, Zeus, affacciandosi dal Monte Olimpo, vide tutte queste piccole torce e scoprì l’inganno. La sua ira fu feroce ed irrefrenabile e decise che tanto Prometeo, quanto l’umanità tutta avrebbero dovuto pagare per essersi fatti beffe del Re dell’Olimpo. Il titano venne preso con la forza e incatenato sulla cima del Monte Caucaso, destinato a subire lo strazio di un’aquila che, ogni giorno, gli avrebbe lacerato le membra e divorato il fegato: la notte l’organo si sarebbe rigenerato e le ferite cicatrizzate, in modo che il supplizio si potesse rinnovare. Dovrà aspettare un numero non ben precisato di anni prima che Eracle, uccida l’aquila ponendo fine alla punizione.

Per quanto riguarda l’umanità, la punizione vide nuovamente co-protagonista Epimeteo: Zeus chiese a Efesto di modellare una fanciulla con la creta, Atena le donò il soffio di vita e la istruì alle arti femminili, mentre Afrodite la rese così bella da poterla paragonare ad una dea… Il suo nome era Pandora.

Zeus fece dono alla fanciulla di un cofanetto, e senza darle troppe spiegazioni la avvertì che mai avrebbe dovuto aprirlo perché il suo valore era inestimabile. Pandora venne data in sposa ad Epimeteo il quale, non si curò del monito del fratello titano, che lo aveva invitato a non accettare doni dal Re dell’Olimpo. Accettò Pandora in sposa e con lei, lo scrigno, che nascose, al sicuro, dentro casa. Come è facile immaginare il tempo passò e se in un primo momento Pandora dimenticò il regalo che Zeus le aveva fatto, arrivò il giorno in cui questo pensiero le tornò alla mente e cominciò a insinuarsi con sempre più frequenza. Un mattino, sfruttando il fatto che Epimeteo ancora dormiva nel proprio letto, Pandora prese il cofanetto e desiderosa di scoprirne il contenuto lo aprì. Come questo venne scoperchiato, rapidi come i venti uscirono fuori tutti i mali del mondo, al fine di rendere più dura la vita dell’uomo: la sofferenza, la fatica, la malattia, il dolore, l’invidia, la gelosia, il vizio, il sospetto, la povertà e tanti altri ancora fuoriuscirono da quello scrigno e si dispersero. Pandora cercò di richiudere rapidamente il coperchio ma i mali ormai erano fuoriusciti. L’unica essenza che rimase all’interno fu la Speranza, ancora di salvezza di ogni essere umano nell’affrontare le prove della vita.

Questa conclusione, che ci lascia con un gusto “amaro” dobbiamo necessariamente leggerla, tornando ancora una volta, ad interpretarne il linguaggio simbolico. I mali del mondo che fuoriescono dal vaso di Pandora e che di lì in poi affliggeranno la vita dell’essere umano, non sono delle disgrazie create per rovinarne l’esistenza (anche se nel racconto vengono presentati come tali), ma sono strumenti, sono opportunità per raggiungere quello che potremmo definire il senso della vita: l’evoluzione. Nella nostra vita, che strumento abbiamo per crescere? Osserviamoci un attimo, ciascuno per proprio conto: chi di noi non ha mai dovuto affrontare una prova nella vita?

  • Un esame…
  • La convivenza con gli altri…
  • Qualche problema economico…
  • Il doversi rimettere in gioco…
  • Accettare un cambiamento…
  • Il dolore sul piano fisico o emotivo…

Per quanto non ci piacciano, sono tutti eventi che servono a generare una trasformazione, a smuovere le acque, a permetterci di crescere. Come l’escursionista che per raggiungere la vetta deve affrontare la salita davanti a sé, anche la nostra vita è un percorso fatto di salite e discese, di curve a gomito e rettilinei, di inciampi e di riprese che riusciamo ad affrontare perché abbiamo la speranza, quella facoltà salvata proprio da Pandora. E se non superiamo una prova? Avremo fatto esperienza, saremo più “allenati”, più esperti e consapevoli per affrontarla nuovamente, finché non riusciremo a superarla.

Ecco che quindi le peripezie e le sofferenze di questo Titano, che tanto volle bene all’essere umano, ci raccontano la storia stessa dell’uomo, un essere che, grazie a questa scintilla mentale, acquisì consapevolezza del proprio ruolo e della propria appartenenza, riuscendo ad abbandonare lo stato animale. Ed oggi? In effetti se osserviamo tutto ciò che ci circonda e osserviamo buona parte di questa umanità attuale, viene il dubbio che il sacrificio di Prometeo possa essere stato vano, ma in realtà non è così. Sono cicli, ci sono momenti di maggior luce e momenti dove l’oscurità sembra essere preponderante, la cosa importante è conservare speranza e agire quotidianamente affinché quella scintilla che portiamo dentro di noi possa risplendere sempre di più.

Note:

  1. La ferula (Ferula communis) è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Apiacee, comune nel bacino del Mediterraneo e caratterizzata da fusti alti e infiorescenze gialle. ↩︎

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