Tutti gli esseri umani di tutte le culture, in tutte le epoche, si sono trovati davanti a questo quesito, di fronte a queste due grandi strade: se esiste una predestinazione oppure se, in qualche modo, possiamo cambiare il corso delle cose con la nostra volontà, i nostri desideri, le nostre sofferenze, i nostri rischi, i nostri errori.
Tutti i popoli storicamente conosciuti hanno affrontato questa problematica e le hanno persino dedicato delle divinità. Per esempio, all’interno di ciò che noi oggi conosciamo di Roma, questo popolo aveva una divinità superiore a Giove, una divinità senza nome che chiamavano “lo Sconosciuto”.

Anche i greci avevano una divinità che stava al di sopra di Zeus, il signore dell’Olimpo; la chiamavano Zeus-Zen. Eschilo ci parla di questa divinità che regge il destino. Con frequenza, queste opere drammatiche greche, che sono il riflesso soprattutto dei misteri eleusini, menzionano un destino che governa tutte le cose. Ricordiamo, per esempio, la tragedia Prometeo incatenato, dello stesso Eschilo. Quando Prometeo ruba il fuoco, la luce, l’intelligenza per gli uomini, Zeus lo punisce condannandolo a rimanere incatenato alle montagne del Caucaso, mentre un’aquila gli divora il fegato che ricresce costantemente, ripetendo così il ciclo del dolore ogni giorno. Secondo le versioni più esoteriche, Prometeo ha una sbarra di ferro di un aratro conficcata nel fianco sinistro. Quando questo crocifisso sulle montagne domanda: «Perché mi fate questo?», una voce che sta al di là di Zeus e che giunge attraverso Ermes, il dio della saggezza, gli risponde: «Perché lo vuole il Destino, perché questo è il Destino».
Tutti i popoli intuivano che al di là di una divinità personificata esistesse una specie di destino. Nella Cabala ebraica lo troviamo rappresentato da Ain Soph, la “non cosa”, ciò che sta al di sopra della Corona1, che governa tutti gli esseri invisibili, fino ad arrivare a questo mondo duale nel quale le cose si manifestano per impatto, per urto, per incrocio della forza, dell’energia sulla materia.
Anche l’antico pantheon indiano si riferisce a una divinità che sfugge a tutte le nostre possibilità intellettuali e razionali. La troviamo ugualmente nei pantheon dell’America precolombiana e della Cina: una divinità che non ha nome, che è il destino inesorabile. Allora, esiste questo destino inesorabile e totale? Esiste un modo per convivere con questo destino? Oppure il destino non esiste e c’è un libero arbitrio grazie al quale semplicemente forgiamo noi stessi il nostro destino?
È difficile rispondere a questa domanda perché esistono esempi sia dell’una sia dell’altra cosa. Alcuni di essi sono veramente terrificanti. Alcuni mesi fa, in Inghilterra, hanno scoperto un romanzo di uno scrittore poco conosciuto, scritto intorno all’anno 1890, intitolato Titan2. Questo romanzo parla di una nave molto più grande di quelle conosciute nella sua epoca, un bastimento di circa 60.000 tonnellate chiamato Titan. Nel suo viaggio inaugurale si imbarcavano più di 2.000 passeggeri e salpava dall’Inghilterra verso New York. Un giorno prima di arrivare a destinazione urtava un iceberg che la squarciava e la faceva affondare. Nonostante i segnali che inviava, la nave aveva una tale fama di essere indistruttibile che nessuno le prestò attenzione né accorse in suo aiuto nei primi momenti. Molte persone annegarono e fu la più grande catastrofe della storia navale. Vent’anni dopo il romanzo diventa realtà.
Come possiamo spiegare questo? Poté questo scrittore avere accesso a ciò che sarebbe accaduto? Com’è possibile che a volte ciò che accadrà si presenti in maniera simbolica davanti alla gente?
Il mio primo maestro di esoterismo fu un anziano professore tedesco che si chiamava Smith; io avevo 17 anni. Ricordo che in un’occasione mi raccontò che un suo amico di Londra, un signore anziano, aveva una grande passione per l’astrologia.
Secondo la tradizione della filosofia esoterica, ai veri discepoli che studiavano astrologia, che prestavano un giuramento per tutta la vita, era proibito calcolare il proprio punto di morte. Secondo questa tradizione, i maestri, gli dei, ci giudicano incapaci di vivere in modo normale se conosciamo il nostro momento di morte. Persino coloro che sono distaccati dalla parte fisica e non credono nella morte possono avere figli, discepoli, lavori o libri da terminare, e sapere quando moriranno altererebbe completamente il loro modo di vivere e toglierebbe loro le ultime possibilità di fronte alla morte. Per questo motivo, generalmente, chi conosceva l’astrologia, anche se poteva calcolare i propri punti di morte — perché ne abbiamo diversi — non lo faceva.
Per comprendere che ogni essere umano ha diversi punti di morte, possiamo immaginare che la vita sia come un cono nel quale entriamo in modo circolare; il primo punto di morte lo supereremmo con relativa facilità, poi passeremmo attraverso altri punti di morte che forse supereremmo oppure no, ma i cerchi si restringono fino ad arrivare all’ultimo, che è inevitabile.
Anche calcolare il punto di morte di una persona amata non era permesso.
Il mio professore mi raccontò che il suo amico aveva calcolato il proprio punto di morte; non solamente la data, ma anche il modo in cui sarebbe morto. E seppe che sarebbe morto annegato. Allora, nonostante tutte le sue conoscenze, ebbe una reazione un po’ semplice: andò a vivere nel deserto del Sahara, dove era sicuro di non poter morire annegato. Quello che non aveva letto nell’oroscopo era da che cosa sarebbe stato annegato. Quest’uomo, nella data stabilita, morì soffocato dalla sabbia durante un simùn3.
Erodoto racconta anche la storia di un principe che fece eliminare dal suo regno tutti i carri e proibì che ne entrasse alcuno, perché un indovino gli aveva predetto che sarebbe morto a causa di un carro. Un giorno vi fu una rivolta di Stato e uno dei principi ribelli lo trafisse al trono con la sua spada; l’ultima cosa che la vittima vide sull’elsa della spada fu un carro, che era il simbolo della casa reale di colui che lo aveva ucciso.
Queste storie che si ripetono, raccontate da persone diverse, ci portano a domandarci se esista una predeterminazione, un destino inesorabile che abbraccia tutte le cose.
Gli indiani ci parlano nella loro filosofia di un Dharma, che è la legge che regge il cosmo e tutti i suoi abitanti; di un Sadhana, che è un senso della vita, un cammino predeterminato per essa; e di un Karma, che è la legge di azione e reazione.
Gli indiani immaginano il Dharma come una strada larga sulla quale è inevitabile camminare. Quale sarebbe, allora, la libertà che avrebbe l’essere umano? In che modo si distinguono i buoni dai cattivi, coloro che si abbandonano ai propri istinti da quelli che si abbandonano alle sacre passioni dell’anima? Questi filosofi dicevano che la libertà consisteva nel camminare più velocemente o più lentamente; nel fatto che, quando ci allontaniamo molto e tocchiamo il bordo della strada, soffriamo dolore, e il dolore ci rende coscienti affinché ritorniamo al centro del cammino.
Il dolore è sempre veicolo di coscienza e apprezziamo veramente le cose soltanto quando le perdiamo.
Tutti abbiamo dentro di noi una piccola voce, la voce della coscienza che nell’Himalaya chiamano “Voce del Nulla”, che ci dice ciò che dobbiamo fare e se ciò che abbiamo fatto è bene o male. Quello che accade è che generalmente non la ascoltiamo, forse perché ci siamo abituati a essa e la sentiamo come l’acqua che cade o il vento che soffia, e la lasciamo passare. Ma quella voce è il dio in noi, l’anima, l’io, ciò che vi è di più intimo; ciò che continuerà a parlare anche quando non saremo più fisicamente sulla Terra.
Quella voce interiore ci indica qual è il nostro cammino, che generalmente coincide con il grande Cammino, con la grande Determinazione che appare in tutte le cose.
Allora, esiste anche un libero arbitrio? Purtroppo, nel mondo materialista in cui ci è toccato vivere, abbiamo sviluppato una mente dialettica nel peggior senso della parola; vale a dire che le cose sono bianche o nere, buone o cattive. E dico purtroppo non perché sia contrario a un’assiologia, a un certo giudizio di valore, ma perché non tutto ciò che non è bianco è nero e viceversa. Ed è molto pericoloso entrare in quella dialettica degli assolutismi, in quel dogmatismo, nel senso più tirannico della parola.
Quel modo di pensare e di interpretare la Natura ci porta inevitabilmente a una serie di errori e di conflitti, non soltanto tra gli esseri umani, ma anche dentro noi stessi, perché ci tormentiamo e viviamo angosciati dovendo scegliere, quando quelle pseudo-scelte sono molte volte forzate e, in realtà, le stiamo immaginando noi.
Predestinazione o libero arbitrio? E perché no, in qualche modo, entrambe le cose? Perché questi due elementi non possono coincidere, se togliamo loro il carattere di assoluti?
In questo mondo manifesto non esistono valori assoluti; tutto dipende da ciò con cui lo mettiamo in relazione.
Così, tutte le cose hanno un destino; ogni oggetto ha, in questo momento evolutivo, in questo istante di coscienza, la sua necessità, il suo destino. E forse quel destino non è altro che il punto di partenza verso altri cammini che oggi non possiamo nemmeno sognare.
Tutte le cose camminano verso il loro destino. E in questo camminare scopriamo che esiste una metafisica del Destino, che c’è qualcosa al di là della parte fisica che ci sta chiamando, che ci sta guidando come un padre guida suo figlio.
C’è una fatalità, ma senza dolore, senza angoscia; è una fatalità gioiosa, vitale, che ci conduce verso luoghi che noi non comprendiamo, verso i quali, anche con le nostre paure, dovremmo fare un passo per avvicinarci. Questo destino inesorabile ci spinge nel cammino di una metastoria che non riusciamo a comprendere, ma che sentiamo intimamente.
Tuttavia, tutto questo può convivere perfettamente con il nostro libero arbitrio, che non deve nemmeno essere assoluto, bensì relativo. All’interno della grande marcia metastorica possiamo costruire la nostra propria storia e siamo responsabili di ciò che stiamo facendo. Perché, sebbene tutte le cose si ripetano, tutte procedano e ritornino, anche, da un altro punto di vista, non si ripetono mai.
Ciò che sta accadendo in questo momento è unico e irripetibile. Non accadrà di nuovo e, in un certo senso, non è mai esistito. Da qui deriva che ogni istante sia valido e sacro, all’interno di ciò che stiamo facendo, perché non si ripeterà mai come adesso. Per questo abbiamo la responsabilità di non abbandonarci.
Coloro che, confidando in un destino inesorabile, lasciano che la vita li trascini, possono trasformarsi in una specie in involuzione. L’essere umano ha la possibilità di camminare al proprio passo, a modo suo, e di scolpirsi, purificarsi, levigarsi durante il cammino.
Ci sono quelli che avanzano strisciando e quelli che avanzano a piedi. Ci sono quelli che avanzano appoggiandosi agli altri e quelli che, mentre avanzano, sostengono gli altri. Ci sono esseri umani ai quali, pur di avanzare, non importa camminare sulle spalle dei propri amici, e altri ai quali, purché i loro amici avanzino, non importa che camminino sopra di loro.
Non siamo tutti uguali; questo è uno dei miti del XX secolo. Gli uomini siamo differenti nei nostri volti, nei nostri gusti, nel nostro modo di essere; ma questo non significa che siamo contrapposti, né che siamo nemici. Con le nostre differenze possiamo unire elementi che facciano avanzare la nostra stessa evoluzione.
Il vero filosofo, colui che cerca realmente la verità, deve abituarsi a camminare mano nella mano con il Mistero, a non comprendere tutte le cose e ad accettare di non poterle comprendere. Perché c’è molta vanità nel voler capire tutto, sapere tutto e ridurre ogni cosa a numeri e parole.
Questo fu un errore del XIX secolo, quando dicevano: «E ora, che cosa resta da inventare?». Credevano che, poiché avevano già inventato la macchina a vapore, i primi treni, poiché i primi prototipi di automobili si muovevano a 20 km/h, ormai tutto fosse stato inventato; ma c’era molto di più e ci saranno ancora molte altre cose da inventare. E anche altre che dimenticheremo. E altre che vorremo fare e altre che non vorremo.
Dobbiamo dunque imparare a camminare tenendo per mano un bambino, che è il simbolo dell’enigma. Così veniva rappresentata molte volte, nei misteri iniziatici, quella parte di Dio che è in noi, e forse anche fuori di noi, che sorride e che a volte porta una torcia nella mano affinché vediamo meglio dove mettiamo i piedi.
Quel bambino che ci accompagna è il tesoro che ignoriamo; è un insegnamento affinché conserviamo tutti un po’ di umiltà, affinché abbiamo nei nostri cuori una grande fede in noi stessi, nell’Umanità e in Dio.
E non mi riferisco al dio dei cristiani, né a quello degli ebrei, né a quello dei musulmani, ma a ciò che sta al di là di tutte le cose, a ciò che sentiamo profondamente, che ci accompagna, che ci ama.
Un uomo con Dio non è mai solo.
Quando un uomo percepisce Dio, non si trova mai solo, ma può fare tutto ciò che, all’interno del suo destino, desidera realmente fare.
Un uomo con Dio è sempre maggioranza.
Note:
- Si riferisce a Kéter o Kether (corona in ebraico): la decima sefirah dell’Albero della Vita cabalistico. La parola sefirah (plurale sefirot) deriva da una radice che significa letteralmente «conteggio» e appare per la prima volta nel Sefer Yetzirah (IV secolo a.C.). In esso i dieci sefirot sono definiti come principi dell’universo e gradi della creazione. Nello Zohar viene fatta una distinzione tra la sefirah Kether, come Testa e Fonte di tutta la Luce, e le altre nove sefirot. ↩︎
- L’autore si riferisce a “Il naufragio del Titan”, una novella del 1898 di Morgan Robertson. ↩︎
- Dal francese simoun, che deriva dall’arabo samūm, attraverso l’ingl. simoon, è un vento caldo e molto secco che soffia in Algeria provenendo dal Sahara, originato dal contrasto tra le alte pressioni esistenti sul deserto e le basse pressioni dell’area mediterranea e che, superando il mare, giunge umido alle coste europee del Mediterraneo. Fonte: Treccani.it ↩︎
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