L’ODISSEA, IL VIAGGIO DELLA VITA

By Lorenzo Pecini, 4 Settembre 2026

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8–12 minuti

“Tieni duro, o mio cuore: tu hai già sofferto di peggio…”
Omero, tratto dal Canto XX dell’Odissea, verso 18

Grazie al colossal di Christopher Nolan che ne ha risvegliato l’interesse tra il grande pubblico, l’Odissea, oltre che a rappresentare uno dei testi chiave della cultura classica, fornisce importanti spunti di riflessione se la si legge in chiave simbolica.

La figura di Ulisse che per tornare alla propria terra d’origine deve affrontare una lunga serie di prove, non è solo il canovaccio ante litteram1 di un qualsiasi romanzo di avventure, ma rappresenta in chiave simbolica, il percorso di crescita e sviluppo che ciascuno di noi compie nell’affrontare quel percorso comunemente chiamato vita.

Prima di imbarcarci in questo viaggio, analizziamo un attimo il contesto simbolico che ci si presenta.

Immagine di Favorisxp su DeviantArt

Ulisse parte da Itaca per conquistare la città di Troia. Chiamato a rispettare il giuramento di Tindaro, lascia la moglie Penelope e il figlio piccolo Telemaco per andare a compiere il proprio dovere.

Che stratagemma utilizza Ulisse per conquistare Troia? Il celebre cavallo di legno. Questo evento già ci permette di individuare due valori importanti da riscoprire nella nostra vita:

  • la strategia, perché non tutte le battaglie si possono vincere con la forza. L’azione irruenta difficilmente ci permette di raggiungere gli obiettivi prefissati, al contrario unendo il pensiero e l’azione (rigorosamente in quest’ordine!) ci garantisce che ciò che andremo a compiere è quantomeno figlio di un ragionamento. Non è in automatico sinonimo di vittoria, ma almeno agiremo con consapevolezza e non in preda all’istinto.
  • l’attenzione: i troiani cadono nella trappola di Ulisse perché non controllano, perché si illudono di aver vinto e si concentrano sui festeggiamenti. Quante volte cadiamo nella trappola di sottovalutare cose o eventi, semplicemente perché non vi poniamo attenzione?

Una volta vinta la guerra, Ulisse decide di fare ritorno a casa. Per tornare deve attraversare il mare…

Cosa rappresenta il mare? È il mondo interiore, è ciò che abbiamo dentro ma che non conosciamo bene. A volte è calmo e permette una buona navigazione, altre volte è completamente piatto e non permette di avanzare, altre volte ancora è in tempesta e l’unica cosa che possiamo fare è “reggerci forte” ed aspettare che si plachi.

Qual è la meta del viaggio? È Itaca, che rappresenta il principio e la meta del viaggio, è il luogo dal quale proveniamo e quello al quale vogliamo tornare. È casa, è il nostro focolare che racchiude quella luce che è dentro ciascuno di noi. Tornare a casa è tornare alle nostre radici più elevate, le radici spirituali. E vogliamo tornare, perché ci siamo allontanati da esse durante il nostro viaggio. Ma per tornare non basta solo prendere una decisione, bisogna riconquistare nuovamente quei valori dai quali ci siamo allontanati. Itaca è lo stato più elevato di ciascuno di noi.

Ma com’è questo percorso? Breve? Diretto? Privo di pericoli?

LE PROVE…

Chiaramente no, perché se vogliamo riscattare la nostra parte più elevata, dobbiamo necessariamente affrontare le prove che troveremo lungo il percorso, unico e naturale strumento di perfezionamento di cui la vita dispone. Per far si che però abbiano questo effetto benefico, è importante che vengano affrontate con consapevolezza.

L’ISOLA DEI LOTOFAGI

In questa isola, le persone che vi abitano erano solite nutrirsi di questi frutti indiscutibilmente buoni ma che avevano il difetto di farle addormentare facendo perdere loro la memoria… Cosa significa? Quante volte ci è capitato di rimanere passivi davanti alle prove? Di fuggire dalle difficoltà prediligendo la via più facile, quella più comoda? Sacrifico i miei sogni, i miei desideri sull’altare della vita conforme ai modello comunemente riconosciuto, che piace a tutti e che non mi richiede particolari sforzi o pressioni. Ricerco la serenità evitando o posticipando le preoccupazioni. Ulisse no, lui non dimentica, perché ha impresso il valore della Fedeltà ai propri ideali. Una fedeltà che non è passività, ma impegno costante.

IL CICLOPE POLIFEMO

Uno dei passaggi più famosi vede Ulisse ed il suo equipaggio, fuggire dalla grotta del ciclope Polifemo, nella quale erano entrati. Polifemo dice loro che li avrebbe mangiati tutti e chiede ad Ulisse quale fosse il suo nome: la risposta è famosa: “Nessuno”. Per fuggire Ulisse escogita un piano: offre del vino molto dolce al Ciclope che, dopo averlo bevuto tutto, si addormenta profondamente. A questo punto con un bastone appuntito acceca il Ciclope che comincia a gridare a gran voce cercando di richiamare l’attenzione dei suoi fratelli: “Nessuno mi sta attaccando! Nessuno mi ha accecato!”. Gli altri Ciclopi sentendo questo strano richiamo, pensano che Polifemo sia ubriaco e non danno peso all’allarme. Ulisse riesce a fuggire dall’isola dei ciclopi, ma commette un grave errore di superbia: una volta in mare, urla al ciclope ferito: “Non fu Nessuno ad accecarti, ma Ulisse d’Itaca!”.

Una volta scoperto il reale nome dell’eroe, Polifemo implora suo padre, Poseidone, di rendere difficoltoso il viaggio di ritorno ad Itaca, come risarcimento del danno che aveva subito.

L’INCONTRO CON EOLO

Ulisse continua la sua navigazione e giunge sull’isola di Eolia dove incontra Eolo… Nel testo si racconta che il Dio per aiutare Ulisse a raggiungere Itaca, prende tutti i venti tempestosi e avversi e li rinchiude in un otre, lasciando fuori solo il buon Zefiro, un vento amico, capace di ricondurre l’eroe finalmente a casa. Dopo circa 9 giorni di navigazione Ulisse intravede finalmente la costa di Itaca e, pensando che il viaggio sia finalmente terminato, si lascia prendere dal sonno.

Il suo equipaggio, pensando che nell’otre sia conservato un gran tesoro, decide di aprirlo, liberando tutti i venti di burrasca che riportano le navi nuovamente ad Eolia… Le navi della sua flotta vanno distrutte, muoiono moltissimi marinai e cala la disperazione per aver visto la meta agognata ad un passo ed essere tornati indietro con nuovamente tanta navigazione davanti. I venti di burrasca rappresentano il nostro mondo emozionale, le passioni e le emozioni che ci scuotono nel profondo e che non ci permettono di mantenere l’equilibrio. Queste tempeste emozionali devono essere gestite, governate, dirette, attraverso l’utilizzo della nostra Intelligenza. Non sempre però questo è possibile: ci sono periodi nella vita in cui ci troviamo ad affrontare “notti difficili”, momenti in cui sentiamo il desiderio di abbandonarci alla disperazione e “vada come vada”…

Per queste situazioni l’insegnamento che possiamo trarre è che dobbiamo saper accettare che la vita non sia solo Zefiro (venti favorevoli), e nei momenti di bufera, sviluppare la capacità di reggerci all’albero Maestro (elemento verticale della nave) e saper resistere.

Nella sua filosofica saggezza esiste un’espressione napoletana diventata iconica che è “Adda passà ‘a nuttata”. Per far si che però passi “’a nuttata” abbiamo bisogno di due valori: la fede e la pazienza. La prima, perché per quanto questa nottata possa inizialmente sembrare lunga, ci sarà sempre una nuova alba, un nuovo risveglio, un nuovo giorno. Il secondo perché dobbiamo imparare a saper attendere: saper attendere non è cadere nella passività, ma è comprendere che le cose hanno un loro sviluppo, hanno una loro durata, necessitano di tempo, così come noi necessitiamo di tempo per comprenderle.

Ma noi, se vogliamo, possiamo essere forti come Ulisse, possiamo raccogliere il suo spirito eroico e resistere.

LA MAGA CIRCE

È la maga che trasforma gli uomini in animali. La filosofia classica, nello specifico ci riferiamo a Platone, ci insegna che nell’uomo coesistono due aspetti: uno animale ed uno divino. L’uomo si trova nel mezzo di queste due polarità. Circe mostra ad Ulisse cosa accade quando l’essere umano cede alle sue passioni più basse: cosa accade quando abbiamo un attacco d’ira? Come si trasforma il volto? In quel momento ci trasformiamo, perché emerge il nostro lato più animalesco e aggressivo. Come riesce Ulisse a salvare i sui compagni? Grazie a Ermes, dio della Conoscenza, che gli fornisce una pianta magica con la quale Ulisse diventa immune all’incantesimo di Circe: ovvero, grazie alla conoscenza, conquistando giorno dopo giorno un briciolo di saggezza in più, abbiamo la possibilità di superare i nostri istinti inferiori, lasciando spazio ai valori e sentimenti superiori.

I MOSTRI SCILLA E CARIDDI

Ulisse deve passare per lo stretto di Messina, che però è sorvegliato da i due grandi mostri Marini. Ulisse, grazie alla Conoscenza, decide di navigare vicino a Scilla, perdendo sei uomini del suo equipaggio. Cosa ci insegna questo passaggio? L’arte di saper scegliere (chiamata anche discernimento2). Spesso si interpreta la perdita dei sei uomini come il famigerato “male minore”, rispetto al perdere tutte le imbarcazioni passando dall’altro lato, ma simbolicamente i sei uomini rappresentano quelle caratteristiche che necessariamente dobbiamo saper lasciare andare, se vogliamo elevarci alla conquista di noi stessi. E’ stata una scelta facile da prendere? No. È naturale avere insicurezze o paure quando scegliamo. Quello che non dobbiamo accettare, è fare della paura, il nostro culto.

IL CANTO DELLE SIRENE

Ed infine forse la prova più famosa, quella delle Sirene. Ulisse deve attraversare un tratto di mare dove vivono le sirene, ed in questo tratto le leggende raccontano che i marinai cadano vittime del canto e della bellezza di queste figure. Ulisse fa mettere la cera nelle orecchie dei suoi marinai, mentre lui si fa legare all’albero maestro per ascoltarne il canto. Cosa ci fa riflettere questo episodio? Che Ulisse affronta la prova, non la rifugge, sceglie di ascoltare la forza persuasiva del canto di queste creature (metafora degli attaccamenti e dei piaceri), ma lo fa legandosi all’albero maestro della nave, elemento verticale e verticalizzante.

Nella vita i richiami degli attaccamenti sono forti e suadenti, e per affrontarli l’unico strumento che abbiamo è posizionarci interiormente in modo verticale. Potremmo anche metterci la cera nelle orecchie “per non ascoltare” ma questo vorrebbe dire scansare la prova, non affrontarla, con la certezza che si ripresenterà. Se vogliamo conquistare noi stessi, dobbiamo saper affrontare il richiamo delle sirene.

Il testo racconta che il viaggio termina con Ulisse che arriva da solo a Itaca: nell’ultimo tratto perde le ultime navi e gli ultimi membri del suo equipaggio, tranne la sua. Perché questo? La sua solitudine è la solitudine di colui che si è trasformato. Oggi la solitudine è una delle paure più grandi dell’essere umano, perché purtroppo è stata dipinta come un fantasma che dobbiamo esorcizzare a qualsiasi prezzo: per questo oggi abbiamo sempre un cellulare a portata di mano, una notifica che squilla, un like da mettere, un WhatsApp a cui rispondere, un televisore acceso che magari non stiamo guardando, della musica che non stiamo ascoltando e via di seguito…

Viviamo totalmente immersi nel rumore, sempre proiettati verso gli stimoli esterni che intrattengono la nostra personalità irrequieta. Ma la solitudine, chiaramente escludendo quella figlia dell’abbandono o dell’isolamento, è un momento molto più salubre e proficuo di quanto si potrebbe pensare: nella solitudine si pensa, si trovano idee e soluzioni, si progetta il futuro, nella solitudine si ritrova il nostro centro.

Accettiamo la sfida della navigazione, affrontiamo con consapevolezza le prove che il destino ci para davanti e riconosciamoci come tanti piccoli Ulisse in rotta verso Itaca.

Una cosa è certa, come diceva il professor Livraga, fondatore di Nuova Acropoli: “siamo molto più forti di quello che crediamo”.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.
Dante Alighieri, tratto dal Canto XXVI dell’Inferno, verso 118

Note:

  1. L’espressione latina «ante litteram» (letteralmente «prima della lettera») si usa per definire opere, personaggi, correnti di pensiero, fenomeni storici e movimenti culturali che sono precedenti, e in qualche modo fanno da precursori, a eventi più diffusi e con caratteristiche del tutto simili. Fonte: Wikipedia.it ↩︎
  2. Il discernimento è la capacità della mente e del cuore di giudicare rettamente, distinguendo con chiarezza il vero dal falso, il bene dal male o una cosa da un’altra. Deriva dal latino discernere (composto da dis, separare, e cernere, scegliere) e indica l’atto di valutare con attenzione prima di prendere una decisione. Fonte: Treccani.it ↩︎

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