LO STOICISMO

By Giorgio Angelo Livraga, 22 Giugno 2026

, ,
6–9 minuti

Molti anni fa vidi per la prima volta un colossal intitolato “La caduta dell’Impero Romano” che poi tornai a vedere diverse volte, attratto dalla riuscita interpretazione dell’imperatore Marco Aurelio e della sua epoca; mi aveva colpito particolarmente la rappresentazione della pazzia dell’imperatore Commodo, che pur avendo ereditato da colui che credeva suo padre tutti i beni spirituali e materiali dell’imperatore-filosofo, li spreca e li rende inutili fino a causare la propria morte.

Il popolo, contagiato dalla sua follia, esce in strada mascherato gridando che ora non c’è più un solo Cesare, ma migliaia. Volano monete d’oro, vengono saccheggiati i templi. Il vecchio filosofo Timocrate, ormai alle soglie della morte, guarda con gli occhi sbarrati questo spettacolo che vuole essere una festa per la rinascita di un mondo nuovo, ma che non è altro che una grande mascherata in cui muore una forma di civiltà e di pensiero senza che quasi nessuno se ne renda conto.

Anche se, per motivi commerciali, nel film Timocrate viene fatto apparire come un convertito al Cristianesimo, sappiamo dalla storia che era uno stoico, un filosofo che aveva fatto da consigliere a Marco Aurelio, come Seneca aveva fatto con Nerone finché gli era stato possibile.

REALIZZARE LE POTENZIALITÀ NATURALI

Effettivamente, a cominciare da Ottaviano Augusto, molti imperatori si erano giovati del consiglio degli stoici. Dato il loro peso storico in quel momento così cruciale per l’Occidente, è interessante avere un’idea semplice ma chiara di chi fossero gli stoici e che cosa possiamo ricavare dai loro insegnamenti. Chiariamo prima di tutto che secondo la nostra posizione filosofica gli uomini non inventano, rigorosamente parlando, assolutamente nulla, ma si limitano a scoprire, dal momento che tutto è in potenza nella Natura, nella sua meccanica, e in Dio nella sua essenza.

L’atto di inventare sarebbe, dal punto di vista esoterico, una forma di scoperta interiore e un portare la scoperta dalle tenebre alla luce – come direbbe Parmenide – perché si faccia intelligibile visibile e applicabile nella pratica. In tal modo si potrebbe scoprire un “atteggiamento stoico” in molti uomini, fin dai tempi più remoti; comunque qui ci riferiamo soltanto alla dottrina sviluppata dalla scuola Stoica propriamente detta.

La fondazione di questa scuola si deve a Zenone, figlio di un mercante, che aveva letto le opere dei filosofi socratici e, molto attratto da queste discipline, aveva ascoltato attentamente la lezione dei Cinici. Diogene Laerzio afferma però che Zenone, provando ripugnanza per certi travisamenti intellettuali operati dai Cinici, avrebbe deciso di esporre il suo pensiero nei portici del mercato o più esattamente alla porta (in greco “stoa”) da cui sarebbe derivato il nome con cui più tardi fu indicata la sua scuola. Zenone era nato Cipro intorno al 358 a.C. e morì ad Atene in età molto avanzata a circa 98 anni; tuttavia uno dei suoi discepoli, Perseo, afferma che ne aveva solo 72.

Foto di Adrian Botica su Unsplash

ZENONE RIFIUTA GLI ONORI DEI POTENTI…

Il padre di Zenone favorì senza saperlo l’apparizione del fenomeno dello stoicismo concedendo a suo figlio rappresentanze commerciali ad Atene che lo misero in contatto con i grandi pensatori del IV secolo a.C. 

Il suo primo maestro fu Cratete, discepolo diretto di Diogene. Il primo libro di Zenone, intitolato “Politica”, era forse già influenzato dai suoi futuri maestri dell’Accademia. Secondo Diogene Laerzio, Zenone trascorse vent’anni riflettendo prima di osare parlare in pubblico alla famosa porta al nord-ovest dell’Agorà, che era stato dipinta da Polignoto ed era stata luogo di incontro di poeti.

Zenone ebbe tanto successo che potenti re della sua epoca, come Antigono e Tolomeo Filadelfo, lo chiamarono come consigliere di Stato, ma egli rifiutò questi onori. L’unico che non poté evitare fu che la città di Atene, che lo aveva fatto suo figlio adottivo, gli offrisse dopo morto una corona d’oro e una sepoltura trionfale.

Affermano i suoi biografi che la sua virtù, chiamata più tardi “stoicismo”, ha un doppio valore se consideriamo che egli, pur essendo giovane quando si trasferì ad Atene, possedeva una fortuna personale che oggi corrisponderebbe a circa 5 milioni di dollari,  e che quella fortuna, originariamente composta da carichi di porpora e d’argento fu interamente investita per l’acquisto di libri che rimasero a disposizione dei cittadini di Atene, o per aiutare numerosi giovani a viaggiare da paesi lontani verso la bella capitale che allora era il cuore del pensiero e che oggi ancora ci stupisce per il suo Partenone.

Sfortunatamente dei numerosi scritti di Zenone non ci rimangono che i titoli, sopravvissuti alla scomparsa delle biblioteche romane in cui si trovano; possiamo citare: “L’etica” di Cratete”, “Della vita seconda natura”, “La natura dell’uomo”, “Delle passioni” e numerosi studi sulle opere di Platone, tra cui uno intitolato “L’arte di amare”, ispirato al Simposio, che influenzerà in qualche modo l’opera omonima di Ovidio Nasone scritta più di 300 anni più tardi. Aveva anche realizzato studi su Omero e scritto poesie.

Questo personaggio tanto singolare sviluppò la filosofia basata sulla ricerca diretta della realtà; una realtà non solo antologica e metafisica, ma che si nasconde e si riflette in tutte le cose e che genera la Forza il Movimento e tutta la natura. Dio era chiamato “l’Anima del mondo” e in Lui erano immanenti tutte le cose.

L’UOMO: CITTADINO DEL MONDO…

Per gli stoici l’uomo è fondamentalmente un individuo che solo maturando si trasforma in un vero cittadino. Ciò porta a considerare l’uomo come tutta l’umanità al di là di ogni frontiera e condizionamento. L’uomo degli stoici è fondamentalmente libero, ma di una libertà naturale nemica delle passioni che lo rendono schiavo. 

La filosofia stoica divide le cose tra quelle che dipendono da noi e quelle che non dipendono da noi. Quelle che dipendono da noi possono essere le opinioni, i movimenti, le reazioni, il valore, la dignità, lo sviluppo dell’intelligenza e delle virtù, l’esercizio della volontà; quelle che non dipendono da noi sono il corpo, i beni, gli onori, l’ambiente, la natura, il destino.

Gli ostacoli più seri che incontriamo nella vita dipenderebbero in buona parte dalla nostra mancanza di discernimento, che ci impedisce di nominare le cose con giustizia ed equilibrio. Se ognuno prendesse dalla vita solo ciò che gli spetta e considerasse estraneo a sé ciò che non dipende da lui, molte situazioni penose si supererebbero facilmente. Diceva il famoso stoico Epitteto: “Che io sia zoppo non dipende da me, è un ostacolo per il mio corpo, non per la mia volontà”. La volontà pura è libera, conforme alla natura è per lo stoicismo “il principio generatore” di ogni morale. Gli stoici insistono nel dire che la morale non deve essere astratta e intellettualizzata, ma vissuta quotidianamente.

LA LIBERTÀ INTERIORE…

Il saggio è colui che comprendendolo, si muove al ritmo di “Quello che tutto produce”, non nega la realtà delle cose, ma parte dagli oggetti esterni per realizzare se stesso. Se il saggio raggiunge questo stato, invece di essere “schiavo” è “libero” purché riconosca “la necessità delle cose”, la dottrina della necessità del cammino dell’universo, sostenuta d’altra parte dalle scuole misteriche dell’antichità e dai pensatori più profondi di tutti i tempi. Il tempo, trascorrendo, ci sottomette ai suoi cicli, ma il tempo è necessario per la purificazione e la realizzazione della coscienza della propria immortalità naturale, che non si è obbligati a credere di poter acquisire attraverso la fede, religione o setta. La “ragione del saggio” è, per lo stoicismo, il sapere conciliare dolcemente, ma senza debolezza la propria libertà con l’obbedienza alla legge naturale.

Essendo la ragione, anche se espressa in gradi diversi, patrimonio di tutta l’umanità, questa è formata da tutti gli uomini e le donne senza eccezione. Per questo gli stoici rifiutano ogni egoismo e raccomandano azioni generose, che siano di beneficio a tutti. In proposito Cicerone diceva: “Charitas generis humani”, “Civis sum totius mundi”, esprimendo il cosmopolitismo degli stoici.

Le norme morali cessano di essere umane per diventare universali; lo stoicismo raccomanda infatti di riferirsi sempre all’opera intera, e alla vita che ci unisce al Tutto, di praticare la virtù per se stessa e non come un semplice mezzo per ottenere qualcosa, in questo o nell’altro mondo, come invece affermano le dottrine morali utilitariste che oggi ritroviamo, ad esempio, nel capitalismo. Quanto proclamato dallo stoicismo era stato scritto molto tempo prima nel centro ideale.

GLI ULTIMI POST…


Se una delle immagini utilizzate in questo articolo dovesse violare un diritto d’autore, vi preghiamo di contattarci scrivendo a website@nuovaacropoli.it