
Non dimenticherò mai un mio amico, molto ben istruito, che una volta disse, con una nota di disprezzo nella voce, che gli egizi non avevano una filosofia. Sosteneva che non valesse la pena studiarli, e questo è un punto di vista che ho sentito più di una volta: ovvero che la civiltà occidentale sia nata interamente dal pensiero greco e romano. Noi ora sappiamo, tuttavia, che i greci furono profondamente ispirati dall’Egitto. Molte delle idee fondamentali della nostra civiltà erano di origine egizia e la storia mostra che figure come Pitagora, Platone, Talete, Ippocrate, Erodoto e Solone si recarono in Egitto per studiare, spesso per anni di seguito. Inoltre, come Bill Manley ha dimostrato nel suo libro The Oldest Book in the World – Philosophy in the Age of the Pyramids * essi avevano persino una parola per “filosofia”.

Tuttavia, nella nostra ignoranza, pensiamo che quelle verità momentanee siano tutto. È mettendo i nostri sforzi e le nostre massime speranze nei giochi di Maya, che arriviamo a conoscere il dolore. Tutto ciò che vogliamo ci sfugge tra le dita, e diventiamo ciechi alla possibilità di vedere quelle cose che sono più durature, meno ingannevoli, più vicine all’immortalità.
La profonda influenza del pensiero egizio è diventata ancora più chiara nel 2005, quando due professori di egittologia hanno pubblicato Il Libro di Thot, un testo religioso egizio in precedenza sconosciuto. Ritenendo che i suoi insegnamenti fossero troppo importanti per essere confinati nell’ambiente accademico, essi hanno successivamente pubblicato, nel 2013, Conversations in the House of Life * una versione divulgativa destinata al pubblico.
Il Libro di Thot fornisce un raro sguardo all’interno dell’antica tradizione esoterica egizia. Strutturato come un dialogo – molto probabilmente tra il dio Thot (o un “Maestro”) e un discepolo, noto come “colui-che-ama-la-conoscenza” – funge da testo di iniziazione alla sacra conoscenza della tradizione scribale. Il testo copre una vasta gamma di argomenti, dalle istruzioni pratiche su come impugnare un pennello per scrivere, passando per il significato simbolico degli strumenti dello scriba, fino a una descrizione dettagliata della geografia sacra. Viene menzionato che il testo è stato prodotto all’interno della “Casa della Vita”.
Sappiamo molto poco di queste Case della Vita, in parte a causa della segretezza che le circondava e della raccomandazione di non divulgarne gli insegnamenti. Tuttavia, la ricerca degli ultimi decenni ha confermato la loro esistenza come centri di formazione avanzata per una vasta gamma di professioni, tra cui scribi, sacerdoti, medici, veterinari, astronomi, diplomatici, traduttori, musicisti, scultori, architetti e poeti. È probabile che questi centri siano stati il modello per le Scuole dei Misteri e le tradizioni filosofiche greche. Il loro nome, Per-Ankh (o Anx), deriva dal geroglifico che combina i simboli di “casa” e di ankh. Si diceva che fossero luoghi in cui “gli esseri umani venivano riportati alla vita”. Ad Amarna, gli archeologi hanno rinvenuto un edificio con mattoni stampati con i geroglifici della “Casa della Vita”.


I riferimenti più antichi a una Casa della Vita risalgono all’Antico Regno (circa 2200 a.C.). Sebbene finora siano stati identificati solo due siti archeologici di Case della Vita, sappiamo dai testi che esse esistevano in molte città, e nel Periodo Tardo potrebbe esserci stata una Casa della Vita in ciascuno dei templi principali in tutto l’Egitto.
Queste istituzioni erano integrate in complessi templari più ampi o, in alcuni casi, erano adiacenti ai palazzi. Possono essere viste come antiche “università magico-spirituali” per la preservazione, la trasmissione e la creazione della conoscenza, proprio come le nostre moderne università, che conservano, preservano, trasmettono e creano nuova conoscenza attraverso la ricerca e gli studi.
Nel Periodo Tardo e nel successivo Periodo Greco-Romano, il termine “Casa della Vita” potrebbe essere stato usato in modo più ampio per riferirsi a una biblioteca o a un luogo in cui venivano custoditi i papiri. Tuttavia, questa visione è troppo restrittiva e non ne coglie appieno la funzione. Sebbene contenessero una vasta collezione di rotoli di papiro, esse erano anche uno scriptorium e una casa editrice dove scribi, sacerdoti e studiosi producevano nuove opere e copiavano meticolosamente quelle antiche per garantirne la conservazione. Copiare i testi antichi e produrne di nuovi era un compito sacro, perché questi testi venivano definiti le “Emanazioni di Ra” (“parole del dio”) e i geroglifici erano intesi come impronte della divina saggezza sulla terra. Scrivendo, copiando e creando testi sacri, gli scribi della Casa della Vita contribuivano a mantenere la vita.
Avevano anche un’importante funzione magica e rituale, che era quella di proteggere l’Heka, la forza creatrice del mondo, e di mantenere la Ma’at e l’ordine cosmico attraverso l’esecuzione di rituali. Gli antichi egizi avevano una profonda conoscenza e comprensione dei poteri spirituali che pervadono il cosmo. L’elemento “magico” significa che la conoscenza che detenevano non era destinata al semplice studio accademico, ma richiedeva, per una sua piena comprensione, di essere esplorata interiormente alla luce dell’esperienza e della comprensione di ciascuna persona.
Il Papiro Salt 825, che fa parte della collezione del British Museum ed è uno dei pochi testi che fanno riferimento diretto alla Casa della Vita, contiene una descrizione del rituale per il “mantenimento della vita nel mondo” e per la “protezione dell’immagine di Osiride dai ribelli”. Si ritiene che il rituale venisse eseguito per garantire la continua esistenza e il benessere del cosmo, e che fosse destinato a essere celebrato da uno “scriba della camera che è chiamata la Casa della Vita”. Questo papiro fornisce spunti significativi sulle pratiche e sulle credenze della Casa della Vita ed è ricco di simbolismo. Per esempio, descrive la Casa della Vita come un microcosmo dell’universo, con le sue pareti che rappresentano le divinità Iside, Nefti, Horus e Thot, e il soffitto e il pavimento che rappresentano il cielo (Nut) e la terra (Geb).

Questo disegno di una immagine, tratta dal Papiro Salt 825, raffigura una versione idealizzata della Casa della Vita, con Osiride al centro, protetto su tutti i lati da Iside, Nefti, Horus, Thot, Geb e Nut. L’illustrazione enfatizza il ruolo dell’istituzione come luogo di culto di Osiride.
Non c’è dubbio che l’Egitto abbia lasciato un’enorme eredità e che dovrebbe a pieno titolo essere definito la “culla della civiltà occidentale” insieme alla Grecia e a Roma. È stata una cultura che ha combinato scienza, spiritualità, arte e governo in modi che hanno profondamente influenzato il mondo antico e che continuano a risuonare ancora oggi. Il suo modello integrato di educazione olistica nelle Case della Vita potrebbe ispirarci ancora una volta e aiutarci a riconnetterci con elementi che sembriamo aver smarrito nel corso degli ultimi due millenni.
Vorrei concludere con una citazione del filosofo e storico della cultura Jeremy Naydler, tratta dalla prefazione al suo libro Temple of the Cosmos. The Ancient Egyptian Experience of the Sacred *:
“L’Egitto ci chiama come una parte perduta di noi stessi. Mentre ci sforziamo di raggiungere una nuova sensibilità verso i poteri spirituali che pervadono le nostre vite, l’Egitto entra sempre più nei nostri pensieri. Troviamo che vi sia un nuovo e vivace dialogo tra la spiritualità in divenire dei tempi moderni e quella del mondo antico, pre-greco e pre-giudaico. […] Per questa ragione, è di inestimabile valore coltivare questo dialogo con gli antichi egizi. Perché, sebbene la loro epoca sia ormai tramontata, essi possono ciononostante diventare nostri compagni e guide mentre ci avventuriamo verso il nostro futuro”.
*testo non disponibile in lingua italiana
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