
“Nessuna persona, uomo o donna, conosce la sua forza morale prima di averla provata; sono migliaia coloro che il mondo considera persone dignitose e rispettabili perché mai furono sottoposti a prova.”
Helena P. Blavatsky
I problemi non esistono per schiacciarci, ma per provare la nostra capacità di superamento e se non troviamo il modo di andare avanti anche nelle peggiori circostanze, la paura sarà ogni volta più grande e la sfiducia in noi stessi crescerà proporzionalmente.
Ogni problema ha la sua soluzione e bisogna trovarla. Ciò che non si può pretendere è trovare una soluzione perfetta e definitiva. La perfezione e il definitivo non sono piante «caratteristiche» di questo mondo. Ci sono soluzioni più o meno buone, oggi utili per continuare il cammino; domani, quando sorgeranno nuovi problemi, potremo sempre migliorarle o cambiarle, perché questo è inevitabile nella scuola della vita.
E allora occorre provare, usare le proprie forze, avere il coraggio di iniziare e non tornare indietro a causa dei fallimenti. Come tutto ciò che implica apprendimento, è necessario provare, sbagliare e correggersi. Quanto è confortante, però, sentire che possiamo, che quei piccoli poteri che dormivano dentro di noi iniziano a svegliarsi! Io posso! Io posso! È qualcosa che dovremmo ripeterci continuamente, per permettere alle naturali potenzialità umane di emergere.

Domandare è bene, ma non si deve esagerare nel dipendere completamente dalle risposte degli altri. Bisogna saper prima porre domande a se stessi, cercare una o più risposte dentro di sé e, se nessuna ci soddisfa, ricorrere a chi può aiutarci.
Il cammino della vera conoscenza non si costruisce su un gioco dialettico di domande e risposte senza contenuto e senza risultati. Il processo della conoscenza è calmo e lento, dà spazio alla riflessione e all’assimilazione interiore: una domanda è una porta aperta e una risposta diventa un nuovo personaggio che entra a far parte della nostra vita. Occorre dare spazio alla risposta, al personaggio che porta con sé il proprio contributo, degno di considerazione.
All’inizio nessuno sa come fare bene le cose e tutti, compresi i grandi Saggi e Maestri, hanno avuto bisogno di un periodo di pratica e apprendimento. Tutti hanno provato – e anche noi dobbiamo provare – ad applicare le conoscenze, commettendo gli errori tipici di chi prova, e avanzando così, poco a poco, come chiunque sperimenta con coscienza. Non si tratta di ripetere le azioni in maniera automatica o forzare situazioni, ma fare ciò che ci siamo proposti, imparando a guardare noi stessi dal di fuori, osservarci e verificare se ci siamo sbagliati o se, nonostante gli errori, miglioriamo gradualmente.
Ma attenzione! Nonostante pensiamo di essere migliorati – e certamente lo abbiamo fatto – ciò non ci garantisce che non si possa tornare indietro, su quegli stessi errori che credevamo superati. Non dobbiamo spaventarci: se “torniamo indietro” significa che non abbiamo superato qualche gradino così come credevamo, o che la nostra conquista richiedeva un ulteriore rafforzamento per essere più solida. La differenza tra i primi errori e il “ritornare indietro” sta nel fatto che, nel secondo caso, si è consapevoli di ciò che accade, e questo è molto. È sufficiente per continuare ad insistere.
È fondamentale comprendere che ciò che ci accade ha una ragione e che il destino, la vita, gli dei, o come si vuole chiamare il concatenamento di cause ed effetti, non è una casualità capricciosa.
Per superare una prova, per quanto difficile risulti all’inizio, bisogna conoscerne le cause, le tante cause che hanno portato all’effetto presente.
Conoscere le cause è il primo passo necessario per arrivare alle soluzioni, anche se la semplice conoscenza non è sufficiente alla risoluzione di un problema. Questa conoscenza, che non va al di là del piano razionale o che, al massimo, produce un certo impatto emotivo, si annulla se non segue la via naturale dell’azione.
Il secondo passo indispensabile affinché il karma compia la sua missione formatrice dell’essere umano, è entrare in azione.
Sappiamo che se siamo davanti ad una difficoltà della vita e abbiamo analizzato le possibili cause, adesso bisogna preparare un piano di azione e metterlo in pratica. Soprattutto metterlo in pratica. Non importa che il piano ideato non sia perfetto e che non risolva tutti i problemi. È meglio sbagliare, agendo, che rimanere inattivi per paura dell’errore. Chi sbaglia, ma agisce, integra in sé l’esercizio del movimento, con il mettersi in moto, rompe l’inerzia e combatte la paura, e ancora di più, sviluppa l’intelligenza per riconoscere gradualmente le decisioni migliori e più sicure.
La paura del fallimento impedisce all’azione di raggiungere il successo. Prima di iniziare a fare qualcosa, la mente e le emozioni ci prospettano la terribile possibilità del fallimento ma, il non accettare questo rischio, ci fa incorrere in un altro più grande, che è sempre fallimentare, perché, chi nulla fa, nulla ottiene. Resterà soltanto l’amaro sapore della paura del fallimento, prima ancora di aver provato qualcosa o dopo un primo tentativo fallito.
L’azione allontana il fallimento.
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